Io mi sono messo la corda al collo 3 volte.
La prima mi sono messo a piangere e me la sono levata. La seconda si è rotto il supporto. La terza mi sono lussato e si è rotta la corda.
Poi mi sono fermato su un ponte due volte. La seconda volta ho proprio messo il corpo al di là del guardrail.
Ho guardato giu e ho pensato “se mi lascio cadere di testa non credo che resto vivo.”
Poi giù c’erano alberi e mi ha preso la paranoia che sarei potuto in qualche modo restare vivo ma paralizzato per sempre.
Forse mi ha fermato la vergogna del gesto.
Non ho avuto le palle per farlo. Come se la causa del male fosse diventata anche la causa della paura del gesto. Un corto circuito immondo.
La cosa mi amplificava ancora di più la sofferenza e avevo razionalmente stabilito che non era curabile.
Rpensavo al mio amico si è impiccato lasciando una bambina piccola e la moglie.
E ora toccava a me.
È atroce e indicibile la sofferenza che procura la depressione.
Arriva così come un click mentre pensi di essere superman. Non sapevo più ripetere la tabellina del 3. Ero seduto al lavoro e sbam, game over. Il primo giorno la disperazione più totale. Subito il pensiero “non ci posso credere. Non ho più l’intelligenza.Non so fare più niente di quello che sapevo.”
Di una violenza devastante. Come avere la colla dentro.la testa"
Gli amici:
“Hans ma che hai. Parla cazzo. Ti stai spegnendo”
Seguito da:
“organizziamo, facciamolo uscire dal baratro”
E io muto. Il mio cervello aveva già pianificato tutto.
Dopo 5 giorni già mi prendevano a schiaffi e io muto.
Vedere i miei figli che venivano ad abbracciarmi senza dire una parola.
Non esiste una parola nel vocabolario per sta cosa.
Credo di avere pianto per un mese di fila.
Mi disperavo che non riuscivo razionalmente ad architettare una morte certa. Ogni ipotesi mi scatenava ulteriori paure di cosa poteva andare storto.
La notte mi abbracciavo a mia moglie che piangeva con me e non sapeva che dire o che fare. Mi teneva la mano e io resistevo altri 5 minuti.
Ciò premesso sono vivo solo perchè mi hanno preso di peso i miei affetti più veri e portato da uno bravo.
Ma gli affetti sono stati anche il muro che non ho avuto il coraggio di demolire facendola finita. Senza di loro ero già cibo per vermi.
Il mostro era a fondo scala e tecnicamente sarei morto di stenti. Persi 20 chili. Pelle e ossa.
Poi dopo tanto tempo, che è coinciso con la mia lunga assenza dal forum, con le cure mediche e un livello non misurabile di affetto dei familiari che quando ci ripenso piango come un bambino, cazzo sono rinato.
Ora lo posso dire che si esce da questa bestia immonda di male.
Serve tanto aiuto, un bravo medico e l’ultimo barlume di se stessi in grado di salvarci.
Lo scrivo con le lacrime non so se potete capirlo. Io penso di si.
Da quel giorno prendo la vita come viene sperando di non ricaderci più anche se so che il mostro è li in agguato e va tenuto incatenato e a digiuno.
Come annientare se stessi e rivedersi da fuori. Come stare seduti a guardare un fiume e tirare i sassolini ogni tot.
Ciò premesso non so trovare parole adatte per @Nakiami
Posso solo dire che bisogna volersi bene per come si è e non per come si vuole da progetto.
Il progetto è sempre una merdosa approssimazione di un mostro. Invece ciò che siamo è di una bellezza sconvolgente.
Nota: questa è solo la mia esperienza scritta per come mi è salita.