Tenete conto che le infrastrutture informatiche della PA in media sono della stessa qualità ![]()
Ma tipo le magliette ti si scioglievano addosso quando sudavi
?
Pic di gnr Quando trova il porno che cercava:
Summary

Guardacaso il Giorno quattro ha come tema centrale le infrastrutture telematiche messe alla prova dalla migrazione.

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Boh ma davvero ne stiamo anche a discuterne? Ci sono “molti” Paesi che lo usano ancora!!! ESTICAZZJ???
Poi vai a vedere quali sono: Cina, Zimbabwe, Kazakstan, Brasile esempi proprio di normativa ambientale allo stato dell’arte.
Il discorso relativo alla polveri esiste in virtù dell’utilizzo stesso del materiale.
L’Amianto è formidabile ma ha la sgradevole tendenza a deteriorare - dopo molto - nel tempo e a rilanciare appunto le polveri.
Non è che questo accade solo se ne comprometti l’integrità.
Anche la storia dell’incapsulamento è nata per prolungare la longevità dei Tetti ma anche quella soluzione ha un’affidabilità di 20 anni poi sei comunque obbligato a far smantellare e smaltire.
E tornando ancora al discorso su ti ammali semplicemente perché era usato l’amianto nelle pareti, intercapedini ecc…
Nella Marina Militare è una “strage” silenziosa che dura da anni
What in the unholy fuck?!?!
Pitting corrosion.
Ma da sudore?
Il sudore che scioglie i metalli mi mancava lmao
Sali di cloro in ph acido si agganciano a punti deboli dell’alluminio (tipo alla giunzione di due diversi grani) e lo scavano creando dei pozzetti.
se siete una società di perizie di Bergamo, scrivimi ![]()
15 posts were split to a new topic: Riusciamo a stare in topic 5 cazzo di secondi
Ma andate di la a parlare di tumori e aspettative di vita, qui si aspettano i racconti ![]()
Vabè ma sei uno xenomorfo
Ma dio mio le mascherine FFP2 per proteggersi dall’amianto… questa gente deve finire in galera
- Giorno quattro
Sembra uno di quei film in cui i giorni si ripetono tutti uguali e il montatore, per tagliare corto, mostra qualche fotogramma con i corretti effetti sonori.
Timbro d’ingresso con tessera magnetica (Tu-Tu-BIIIP), ascensore per il nuovo piano (Vrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrm, Clunk - Sssssh), citofono per farmi aprire (Diiiing), lunga attesa (Yaaawn), ricitofono ma cambiando stile, seguendo il motivetto “Ammazza la vecchia col Flit” (DING-ding-ding-DING… ding-ding!), altra lunga attesa, con stiracchiamento e grattamento di mascella (Yaaaawn, mmmmmmh-ah!, grat grat), nuova scampanellata, ma questa volta il tema lo dovete capire voi (DING-ding DING-ding, DING-ding DING-ding, DING-ding-ding-ding DING!), attesa con imprecazione (“Si, ma porco di quel cane, ma aprite sta cazzo di porta che già non c’ho voglia di lavorare, non è possibile che ogni santa mattina inizi così!”), scampanellata da pazienza in veloce esaurimento (“DIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIING!!! DIING DIIING DIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIING!”), respirazione Zen (Oooohm Oooohm), abbandono a ogni eccesso (“Aprite questa porta!! SBAM SBAM SBAM!”), contrattazione con la porta di metallo (“Va beh ma se non aprite allora mi sdraio qui e aspetto fino a fine turno!”), sconforto e pensieri di morte imminente (“Non passerà mai nessuno. Troveranno i miei resti coperti da sottile polvere di amianto”) e, infine, accettazione (“Se la fine deve arrivare, meglio che sia ora, qui, sulle scale, che nella stanza presidenziale col cesso rotto. In fondo, me lo merito.”)
A quel punto - e non un secondo prima - la porta si apre.
“Ah ma eri tu?”
Penso tante risposte. Ne selezioni solo una, a caso.
“Si, ero io. Anche ora, sono io”, rispondo, e mi sento un po’ polemico, quindi aggiungo uno “Scusami”, ma mi rendo subito conto che una scusa messa lì, sembra quasi non sia riferita alla scampanellata eccessiva, ma abbia un senso più generale, del tipo “Scusami se questa mattina mi sono alzato e sono venuto qui” oppure “Scusami per aver firmato il contratto e aver iniziato a lavorare in questo ufficio”, ma anche più radicale “Avrei potuto nascere in un paese diverso, me ne dolgo” oppure “Scusami se esisto, penso sia stato tutto un grosso errore.”
Entro veloce, ma con passo pesante e un’ombra sul cuore. No, oggi non è una buona giornata.
La serata è finita con i messaggi su Whatsapp della mia capa: “Si è ricordato di fare i cartelli? Delle scritte così possono andare benissimo” a cui poi sono seguite delle fotografie illustrative dei cartelli scritti dai colleghi. Ero a letto e ho scritto velocemente un “sì, certo”, ma mentivo. Non ho fatto nessun cartello. “Farò domani”, avevo pensato, ed è anche per quello che la porta chiusa mi aveva infastidito, perché ho una fitta scaletta di cose da fare che, teoricamente, sono già fatte e l’orologio fa tick-tock. Ho fretta, ma non ho voglia di aver fretta.
Mi siedo al computer e guardo il cellulare. “Che ci vorrà mai a fare un cartello? Ho già gli spunti dei colleghi. Basta copiare.”
Butto un’occhiata ai loro cartelli e ho un sussulto al cuore.
“Ma che cazzo hanno scritto?”
“Attenzione a causa di lavori interessanti l’ufficio per accedere agli uffici che trattano X, Y e Z, è necessario salire al piano K, accedere agli uffici del corridoio Dx e successivamente scendere al piano K-1 tramite lo scalone centrale.”
Letta così sembra un’equazione. Immaginate di sostituire cose sensate alle lettere dell’alfabeto e un numero naturale maggiore di 2 al posto di K, opportunamente diminuito di un’unità nella sua seconda ricorrenza. No, non ha senso comunque. Che cazzo sono i lavori “interessanti”? Senza punteggiatura posso immaginare una cosa del tipo:
“A causa di lavori interessanti, l’ufficio per accedere agli uffici” che è quasi meglio di “A causa di lavori interessanti l’ufficio, per accedere all’ufficio”. Sicuramente è più interessante la prima.
Scrollo le spalle. Posso fare di meglio. Anche perché non capisco il senso di far andare in giro per l’edificio il pubblico. Non si era deciso di mandare tutti all’unica parte dell’edificio con gli sportelli per il ricevimento?
Provo a scrivere qualcosa, stampo qualche foglio e vado in giro per i piani ad appendere i cartelli nei punti in cui mi sembra siano più visibili, poi mi ricordo che la capa mi aveva scritto anche un’altra cosa: “Si è ricordato di controllare se il computer allo sportello è pronto per la ricezione del pubblico?”
Anche li, avevo risposto “Sì, certo”. Ma è normale. Io rispondo sempre “Sì, certo” e poi annoto mentalmente le cose che non ho fatto (casistica attorno al 96,2%). Già che ci sono, se le ho già annotate precedentemente, mi ricordo di spostarle a massima priorità nella mia to-do list. Due “ti sei/si è ricordato…?” valgono una priorità media. Da quattro in su, diventa abbastanza urgente.
Curiosamente, dopo una decina di solleciti, nella mia mente le cose da fare iniziano a perdere priorità e finiscono in quella zona della memoria in cui ci infili le cose da rimuovere, come quella figuraccia fatta a scuola quando non avevi studiato e, cogliendo male il suggerimento di un compagno, davi a botta sicura la risposta più ridicola possibile. Quando una cosa da fare finisce lì, non c’è più speranza che venga fatta. L’immagine mentale della promessa assume contorni sfumati, evanescenti. L’idea stessa che tu abbia davvero assicurato che l’avresti fatto (ops, che l’avevi già fatto) diventa surreale. Non può essere successo. E’ evidente che nessuno si può aspettare che tu possa fare una cosa simile. Anche solo chiederlo è scortese. Insistere è un oltraggio. Ti senti giustificato a dire “Sisì, certo” perché è legittima difesa.
Avevo risposto “si certo”, ma non avevo fatto nulla. Ci aveva pensato il responsabile informatico.
Con lui vado d’accordo. Si ride molto, con lui. Non abbiamo mai avuto una discussione, anche perché io non gli chiedo mai di fare qualche cosa. Provvedo da solo.
Già questo mi rende simpatico ai suoi occhi e tanti si stupiscono che io vada d’accordo con lui, ma è evidente questa loro fatica a interfacciarsi con lui: gli chiedono di sistemare pc, fare collegamenti, installare stampanti, predisporre condivisioni di cartelle, gestire account, resettare password.
Un rapporto basato su continue richieste di assistenza non può funzionare. No?
Dicevo, il responsabile informatico mi aveva assicurato di aver portato giù un computer.
“E’ un portatilino, funziona bene. E’ pure moderno. C’è un I5.”
Io avevo annuito. Avrei annuito comunque. In realtà non lo stavo ascoltando, ma il mio timer interno dell’annuizione era arrivato a 0, quindi avevo annuito.
Avrei dovuto controllare, pensai mentre scendevo verso lo sportello.
Avrei dovuto chiedergli se aveva verificato, pensati mentre schiacciavo il pulsante di accensione.
Respiro di sollievo. Il pc si accende. E’ già un inizio.
“Guarda che bello!” dico alla collega accanto a me che sta già chiamando il pubblico. Lei inizia mezz’ora prima di tutti. Perché… le sembra una buona idea.
Dovevo dirlo a bassa voce. Il computer mi sente e la freccetta si trasforma in un cerchio di attesa che, 15 minuti dopo, ancora girava per chiedere un po’ di santa pazienza.
Un brivido lungo la schiena e ho davanti a me due possibilità: risolvo o chiamo la capa dicendo che il pc è morto.
La gente inizia ad alzarsi perché squillano le 9.
“Scusate un attimo, abbiamo un problema.”
C’è nervosismo. Ho ancora qualche minuto prima che la situazione precipiti.
Il cerchio gira. Che stronzo.
Riavvio il pc e non carica nemmeno il desktop: il cerchio gira su sfondo nero.
Ora devo chiamare la capa e ho nuovamente una scelta binaria davanti a me: le dico che il pc non va dando la colpa al responsabile oppure le dico che il pc andava ma bho, non so perché, ora non va più, ma andava eh!
Opto per la seconda. Mi spiace fare l’antipatico.
Alla capa frega niente - per ora - dei perché quindi si accontenta di un vago riferimento all’ineluttabile e all’entropia che è chiaramente una funzione non decrescente per cui c’è poco da lamentarsi se il pc non va e la gente si incazza.
Mi propongo di ricevere tutti sopra e lei accetta perché quando hai l’acqua alla gola ti accontenti di poco, soprattutto se non sai che pesci pigliare e qualcuno si propone di pigliarli in faccia per te.
Esco dallo sportello con un pennello in mano e mi porto via tutta la gente che aspettava me. Salendo le scale sembriamo i tizi di Asterix e Obelix nella prova della Pubblica Amministrazione, con la differenza che piano per piano mi fermo a tirare una linea sul mio bellissimo cartello e scrivo: Piano K+2, dove K è un numero naturale bla bla bla bla.
Arriviamo in posizione e inizio a lavorare.
Va avanti abbastanza bene per un paio di ore, cavandomela con pc ancora non del tutto funzionanti, collegamenti salvati, file rimasti sul vecchio desktop. Poi arriva l’inevitabile: un utente chiede di una pratica costringendomi a dirgli “ciuccia!” o andare a consultare il cartaceo. Visto che “ciuccia!” è un termine che, se pure non citato esplicitamente nel codice di condotta della Pubblica Amministrazione, secondo lunghi brainstorming tra me e i miei colleghi pare essere comunque borderline, ho deciso di andare in archivio.
“Vado e torno”, dico al tizio.
E intanto mi metto mascherina e guanti.
Lo faccio davanti a lui, con gesti volutamente ampliati ed evidenti, un pò come i chirurghi che si lavano le mani prima di un’operazione. Tra me e me rido “Chissà che starà pensando” e un pò resto deluso dal fatto che lui è indifferente. Non fa domande, non alza le sopracciglia. Nulla.
“Al diavolo. Insensibile!” sbruffo mentalmente. E scendo verso l’ala interdetta.
Oggi i corridoi sono vuoti e silenziosi. Si sente rumore di gente lontana, sopra o sotto, ma qui nulla. L’aria è calda e ferma e c’è umidità e puzza di stantio che viene dall’ala che era allagata. Tutte le porte sono aperte spalancate. Passando velocemente nei corridoi vedo uffici mezzi abbandonati di fretta, con computer rimossi e pratiche spostate alla rinfusa. Il mio ufficio è identico a settimana scorsa. Fa schifo, è disordinato come gli altri, ma è nella “norma”. Sembra abbandonato, ma non lo è. Era così anche prima. Gli altri invece sono chiaramente abbandonati con pratiche lasciate aperte e fogli di carta con appunti lasciati a metà, penne appoggiate lì e mai più riprese.
Sembra di passare per un ufficio pubblico di Prypiat. Mi sento come uno stalker e vorrei lanciare qualche cosa in sostitizione di un bullone, magari il tappo di uan penna a sfera per schivare un’anomalia.
Mi riscuoto e trovo il fascicolo.
Torno di sopra, mi levo guanti e mascherina e una tizia - avvocato al 100%, ma della categoria stracciacoglioni, di quelle che pretendono che la realtà si pieghi alle rigide leggi e regolamenti, senza ammettere che, se proprio, il processo non può che essere inverso - si piazza davanti:
“Per chiedere informazioni su J, è qui?”
“Si, signora, deve attendere in fila, però” e indico l’improvvisata sala d’attesa con una ventina di persone.
“Si, ma c’è qualcuno?? Sono qui da dieci minuti e non c’è nessuno!”
“Ci sono io. Solo io. Ed ero in archivio. Ora posso…?”
Lei si scansa, ma bofonchiando.
Me la lascio alle spalle e continuo a fare quel che stavo facendo.
Mezz’ora dopo tocca a lei, l’avvocata stracciacoglioni, la quale inizia “sono U giorni che chiamo, sono P giorni che ho scritto W PEC e non avete ancora risposto.”
“Signora, siamo stati evacuati, gli uffici sono mezzi smontati, ci stiamo riorganizzando.”
“Ma è inconcepibile” e mi elenca tutti i motivi per cui, secondo lei, le cose non possono essere come sono e ci deve essere sicuramente un errore.
Io mi rifugio nel mio spazio mentale in cui a votle sono sulla spiaggia, altre in un bosco di castagni. Oggi mi trovo presso un ruscello montano con l’acqua che scorre allegra. Posso persino avvertire l’odore dell’erba e il ronzio degli insetti. Sono in pace.
Non so come, l’avvocato è andato via. Devo averle detto “scriva pure, anzi ci fa un piacere. Siamo i primi a essere esasperati dal disastro di questi uffici” o qualche cosa di simile. Si vedrà. Ma sicuramente no. Non scrivono mai. Se scrivono è sempre per il motivo sbagliato.
Arriva S. Lo sento arrivare da lontano perché lui con il suo vocione inizia a parlarmi a metà del corridoio, quando ancora non lo vedo, ma le onde sonore arrivano già belle distinte.
“Quale è il problema del computer allo sportello?”
“Non va. Non parte”, gli rispondo.
“Mi hanno detto che lo hai sistemato tu. Ho sento la moglie del responsabile informatico la quale ha detto che lei non sa nulla e che il computer andava e tu lo hai installato.”
Io scrollo le spalle.
“Non l’ho nemmeno visto”, poi mi ricordo di aver detto “Si, certo.”
Ops.
Scrollo di nuovo le spalle e lui capisce tutto.
“Vedi?”, urla. “Hai fatto male a metterti in mezzo. Non devi fare perché poi danno la colpa a te.”
Sta già andando via, ma lo sento comunque. Prima si chiude la porta di metallo in fondo al corridoio e poi, pian piano, la sua voce si affievolisce.
Torno nel corridoio a chiamare gente e uno, che ha letto i cartelli dei colleghi, mi chiede dove deve andare, segno che avevo ragione io: non erano affatto chiari.
Gli spiego che deve fare: “Vede quella parete a vetri davanti, sulla sinistra? C’è una porta. Entri lì ed è sulle scale centrali, scende al piano sotto ed entra nell’ufficio che ha di fronte.”
Lui è sollevato. Lo vedo che parte nella direzione giusta. Con la coda dell’occhio lo vedo anche svoltare nella direzione giusta, al giusto punto del corridoio.
Poi si ferma. Scuote la testa. Si gratta il mento.
“Ahia”, penso.
Si gira e procede, verso il bagno.
“No, signore, torni indietro.”
Lui torna indietro e si gratta la testa.
Vado verso di lui e capisco.
La porta è lì davanti a noi, ma c’è un cartello di divieto molto convincente “Ingresso tassativamente vietato”.
Ci guardiamo e gli faccio cenno: “Vada pure.”
Non so cosa abbia pensato. Credo abbia a che fare con la morte termica dell’universo.
Vado avanti a ricevere il pubblico e verso mezzogiorno mi chiamano: “C’è riunione di gruppo.”
Ci sediamo nella sala riunioni secondaria e stiamo strettini.
Prende la parola la capa che ci chiede come sia andata la mattinata. S si lamenta. Urlando.
“Io pensavo di venire qui oggi e di lavorare nella suite presidenziale, ma era occupata.”
Mi sento ferito. La suite è affidata a me. Lui è nella stanza delle riunioni secondaria e ha a disposizione un super tavolone sul quale si può mangiare in 10. Di che si lamenta?
“Si, ma la suite presidenziale per ora ha un solo tavolo e computer ed è affidata a Guest76283434”, spiega la capa.
S conviene che sia giusto così. Lo fa a modo suo, cioè urlando. Ma decibel a parte è chiaro che è d’accordo.
La capa ritorna sul fatto che non si possono prelevare oggetti dalle aree inibite e un collega interviene:
“Ma alcuni colleghi hanno spostato mobili e computer!”
La capa sorride. Si vede che è compiaciuta.
“Lo hanno fatto su propria iniziativa.”
Che biricchina, la capa.
Una collega - che mordeva il freno da diversi minuti - non ci vede più e attacca la tirata più interessante della giornata.
E’ una cosa che ha a che fare con delle piante contaminate, colleghi stronzi, lei che ha fatto la giardiniera tutta la mattina, il concime (giuro!), l’annaffiatoio e le mattonelle segnate dall’acqua calcarea.
Io non capisco nulla e mi giro verso S per chiedergli spiegazioni.
S, solerte, prova a dirmi la sua versione, ma mi urla nelle orecchie. Lo ringrazio e mi giro dall’altra parte.
“La tua compagna di stanza”, mi dice A, “ha spostato le sue piante nella stanza di O prima di andare via, approfittando che O era in ferie. Quando O è tornata, si è trovata le piante e visto che diceva che erano contaminate dall’amianto, ha passato tutta la mattina a pulirle e cambiare la terra e le ha anche concimate”
“Ah però”, esclamo, colpito.
Mi perdo il resto della riunione perché mi arriva una telefonata. E’ spam, ma è una buona scusa per stare nel corridoio e leggere la posta con altro spam; dalla stanza sento parole come “terriccio”, “piante avvelenate” e sono sicuro di non perdermi nulla.
Alla fine della riunione me ne torno nella suite presidenziale e attendo pazientemente che finisca la giornata.
Comunque, non so se lo stai facendo, ma inizierei ad andare in giro con un registratore in tasca acceso tutto il giorno per avere più “Prove” possibile
Oltre al palese pavimento
momento serio
Stiamo aspettando che l’ente preposto faccia l’esame sull’aria. Lì avremo un’idea dell’esposizione e di quanto la situazione sia pericolosa. I casi sono due: il test è negativo ed era tanto rumore per nulla; il test è positivo e dovremo fare causa e comunque attivarci per tutelarci.