@jac ho fatto qualche ricerca sul forum e non credo di aver mai parlato di “live at sin-e” quindi forse non ne avevi sentito parlare da me 
Comunque ne approfitto e ne parlo qua. Jeff Buckley lo conosciamo tutti per Hallelujah ma chiuderlo mentalmente in quello spazio musicale vuol dire ridurre ad un brano un’artista che spaziava agilmente tra mille generi diversi.
Prima del suo album di debutto ha fatto gavetta in mille band, mille generi, tra i quali il reggae, suonando per un periodo anche con Gary Lucas, il chitarrista dei Captain Beefheart. Mentre cercava di sfondare per conto suo, avendo scritto pochi brani, le sue performance consistevano per lo più in cover dei suoi artisti e album preferiti che suonava quasi esclusivamente in un café irlandese di New York chiamato “Sin-é”. Le voci girano e si viene a sapere che un gruppo di rappresentanti di alcune major si sarebbero presentate in quel café, come clienti qualsiasi, a far fare un provino “sul campo” a Jeff.
Quel giorno nasce “live at sin-é”, una demo rustica e per me uno degli album live più interessanti di sempre, una storia da conoscere se siete amanti della musica. La registrazione è grezza, lo spazio per suonare è stretto quindi è pieno di rumore di tazzine, di piattini, di gente che lavora al bar, il brusio della gente.
E’ palpabile la tensione di un ragazzino che ha tra le mani l’opportunità della vita per sfondare. E’ teso come una corda di violino, spezza i silenzi ed i momenti di imbarazzo con battutine e gag ironiche, si prende in giro da solo ma è già un maestro nell’ipnotizzare l’audience a comando, come i vecchi bluesman che amava.
Quando canta c’è un silenzio religioso ed è in grado di calarsi totalmente nelle storie che racconta; storie scritte da altri ma un talento assoluto nel fare queste storie totalmente sue. In futuro Bob Dylan, Leonard Cohen diranno che i loro brani cantati da lui sono le loro versioni preferite; McCartney disse di essere rimasto colpito da Buckley come quando Hendrix suonò sgt pepper davanti a lui; Plant lo vuole nei Led Zeppelin dopo averlo sentito cantare Night Flight, Page lo vuole nei Led Zeppelin per come suona la chitarra. Jeff infatti è un chitarrista virtuoso, un talento oscurato però dall’intensità delle sue interpretazioni e dalla sua voce.
Davanti ai migliori produttori e talent scout dell’industria musicale lui è da solo con un Vibroverb in affitto ed una Telecaster presa in prestito da una amica. Ha inventato un modo tutto suo di suonare la chitarra. Non ha accordatori, non ha pedali ed è quindi costretto ad inventarsi uno stile “open” in E Standard per sembrare accompagnato da una intera band. Diventa tutto, diventa batteria, diventa solista, diventa chitarrista ritmico, diventa showman nello stesso momento.
L’album dura due ore ma quasi niente è stato tagliato. C’è lui che parla col “mixer” (un cameriere incaricato di mettere mani all’amplificatore e regolare il riverbero a seconda del pezzo
), lui che intrattiene il pubblico mentre accorda la chitarra, lui che si prende una pausa per bere una guinness; c’è addirittura una piccola improvvisazione fatta dopo aver sentito un rumore stano provenire dalla macchina del caffé del bar.
E’ impossibile pensare di mettersi sdraiati e ascoltare un album lunghissimo ma con un paio di cuffie e gli occhi chiusi siete li, seduti tra i tavoli ad ascoltare un talento che ancora non è nessuno, la vostra intima “scoperta” che augurate diventi famoso ma che allo stesso tempo volete conoscere solo voi.
Vi lascio una manciata cover coraggiose, scegliete quale vi interessa di più o ascoltatele tutte:
Strange Fruit di Nina Simone. Jeff è un amante assoluto del blues, lo studia in tutte le salse ossessivamente. Dal Delta blues, a roba esoterica voodoo come Screaming Jay Hawkins. Il pezzo parla di un afroamericano appeso impiccato ad un albero, forse uno schiavo, forse un atto semplicemente razzista. Ad un certo punto smette di fare cover blues perché è iperconscio di essere solo un “white boy”, ma valutate voi se il brano è trattato con rispetto.
If You See Her, Say Hello. Bob Dylan è un gigante dei testi ma Jeff è l’attore da Oscar in grado di interpretare una sceneggiatura struggente. La rifarà prodotta con tutti i crismi togliendo a Dylan il brano come Hendrix fece con All Along The Watchtower
The Way Young Lovers Do e Sweet Thing. Jeff interpreta l’amore giovane con il vigore che solo i giovani dedicano al sentimento. Nel primo brano tramite l’uso di una ritmica isterica virtuosa trasmette l’urgenza, l’incontenibilità ma anche la difficoltà di esprimere una emozione così violenta, così intensa. Il secondo brano tiene l’audience immobile per 10 minuti e racconta invece l’aspetto dolce dell’amore giovane attraverso dettagli vocali.
Night Flight. Un “deep cut” dei Zeppelin, la ragione per la quale gli chiesero di suonare con loro. Gli zeppelin erano la sua fantasia rock giovanile, suona la chitarra perché vuole diventare Page. Declina la loro offerta. L’impronta è chiaramente caricaturale.
BONUS: Yeh Jo Halka Saroor Hae, “cover” di un brano pakistano. Canta le parole giuste? Sta scherzando? Trolla? Chi lo sa. Tu sei tra i tavoli del bar e la prendi esattamente come la prende chiaramente l’audience. All’inizio sembra che scherzi e la gente ride, tu ridi, poi all’improvviso si ammutoliscono tutti e capiscono che fa sul serio. Suona questa roba con una cazzo di telecaster elettrica, il livello di comprensione degli stilemi della musica dell’est è impressionante.