Ti scrivo perché le parole, nel fango che hai cercato di sollevare, perderebbero il loro peso. Questa non è una richiesta di chiarimento, ma la constatazione di una realtà che hai distorto fino a renderla irriconoscibile.
Per anni ti ho teso la mano, offrendoti sostegno e lealtà quando ne avevi bisogno. Oggi, quel legame viene ripagato con il tradimento, l’insulto e un castello di bugie costruito per nascondere la tua incapacità di assumerti una responsabilità. È paradossale vedere come, per non ammettere un errore umano, tu preferisca rifugiarti dietro minacce e una narrazione falsa della realtà.
La cosa più dolorosa, però, è constatare la tua totale assenza di empatia. Usare persino la mia malattia come arma per cercare di elevarti sopra di me, per sminuirmi o per darti un’aura di superiorità, non è solo un atto di sciacallaggio emotivo; è la prova definitiva della tua natura. Solo chi è vuoto dentro ha bisogno di calpestare le fragilità altrui per sentirsi un “semi-dio”.
Un vero uomo, o una persona integra, ha il coraggio di guardarsi allo specchio e dire: “Ho sbagliato”. Tu, invece, cerchi scappatoie, costruisci paraventi di fumo e attacchi per non dover affrontare il tuo riflesso. Questa tua incapacità di provare rimorso o di comprendere il dolore che causi ti rende prigioniero di te stesso, anche se sei convinto di essere un vincitore.
Sappi che le tue minacce non hanno potere dove c’è la verità, e le tue bugie definiscono chi sei tu, non chi sono io. La mia malattia e le mie battaglie restano mie, e hanno una dignità che non potrai mai scalfire con i tuoi deliri di onnipotenza.
Con questa lettera chiudo ogni ponte. Non cerco scuse, perché so che non sei in grado di darle sinceramente. Ti lascio alla tua immagine riflessa, sperando che un giorno quel vuoto che cerchi di colmare con l’arroganza possa essere riempito da un briciolo di autentica umanità.
no, è uno sfogo. La stessa lettera che ho scritto a chi credevo fosse un amico e invece me l’ha messa nel culo. Voglio condividere un sentimento che provo se poi è vietato farlo chiudete e trashate
Bel messaggio, potente; mi esimo da ogni altro commento non conoscendo fatti e dinamiche della situazione.
L’amicizia è difficile da definire, costruita a mio avviso da un favorevole concorso di circostanze, e come tale lungi dall’essere impermeabile dai cambiamenti delle stesse, a volte maliziosamente in altre incolpevolmente.
senza contesto per noi estranei risulta difficile capire, cmq non condivido minimamente oggetto del 3d… amicizia vera è difficile trovarla ma esiste e come …come esistono persone meravigliose e falsi viscidi …a volte proiettiamo sugli altri mille desideri e supporti che non possiamo pensare che davvero possano arrivare … essere traditi sulle sicurezze che uno pensava di avere con altra persona è tremendo…ma una cosa che ho capito/accettato il tempo e la vita cambiano le persone e molte cose non possono rimanere fisse come erano quando abbiamo conosciute…
Concordo, come mi è capitato di avere amici che speravano che una amicizia potesse essere il surrogato ad altre importanti mancanze nella propria vita e diventa difficile trovino soddisfazione.
Conduciamo tutti una vita dove a poco a poco ci chiudiamo sempre di più. Si diventa cinici, disillusi, mentre ricerchiamo col cucchiaino barlumi di affetti, di sguardi, di sorrisi.
Ma spesso l’altro non ne ha più da dare. Ha finito il mana e va avanti con le goccine in preda al terrore. Ma anche lui soffre come un cane. Corroso dalla vita, ingabbiato in prigioni erette a difesa di lavori di merda. Diventa proprio il lavoro, e manco se lo ricorda più com’era senza. Ma anche lui vorrebbe un istante di empatia.
E si resta a timbrare cartellini, a mandare fiori che non marciscono, a guardare orologi, a mandare pec aoe come fossero proiettili aggratis, e gli abbracci fuori diventano sempre più rari.
E diventa devi morire.
Ecco perchè esistono i cimiteri. Luoghi dove empatizzare da soli e solo nei festivi. Se è morto giovane però fiori ne ha di più. Sarà che invecchiando si va a male. Tipo con la scadenza del tonno, che però te lo magni uguale perchè se scavi esce il buono.
Si perchè l’ultima volta che è successo in compagnia poi ha condotto al baratro. Già, mi sa che è li che si muore davvero, con largo anticipo, e ci si rende conto che il danno è permanente, che non puoi tornare indietro e si diventa l’ombra deforme di quello che si era.
E si arriva a desiderare di scomparire, perchè la fuori sembriamo tutti bastoni con le rotelle senza sterzo e con i buchi negli occhi. Ma è solo un esteriorità, in realtà se avessimo tutti la supervista diventeremmo tutti pazzi.
E te ne accorgi quando chiedi ciao come stai. Di solito la risposta è bene grazie e paghi alla cassa per due.
Poi resti li e pensi “glielo chiedo di nuovo o no?” “no dico, come stai?” E esce uno tsunami, poi il terrore, come si fa ad assorbire il veleno, servono budella rinforzate.
E allora la scena dell’ultimo miglio è quella che conta. Tipo levarsi le scarpe strette. Ma gli altri stanno ancora al miglio di prima. Ma va bene così, uno deve stare bene con se stesso alla fine.
Tanto qualcuno poi arriva sempre a tenerti la mano, quando meno te l’aspetti, fosse anche l’infermiera neoassunta del sud che ti porta il dolcino. Dipende se hai la dentiera, se no ti porta il brodino. Se fai lo stronzo pure li allora non hai capito un cazzo. Faglielo un sorriso anche se soffri come un cane, gli serve anche a lei. Serve imparare tre barzellette serie per l’ultima notte che vedi come ti arrivano tonnellate di empatia.
Forse esiste l’amicizia silenziosa, distante, di perfetti sconosciuti. Perchè alle volte può essere di sollievo quell’istante di empatia che arriva proprio perchè lontano e inaspettato.
Ma esiste anche l’amicizia vera, rarissima, quella che vedi arrivare uno sconosciuto col cadavere del nonno in casa, dove tutti stanno seduti a sussurrare del menu per cena che dopo due giorni col morto che gli scegli il vestito tu, poi ti spegni, e lo vedi che posa la stampella e si lancia incurante dei presenti in un abbraccio al morto esposto con le scarpe e la cravatta nere, a peso morto, una scena che ti sposta il cervello, mentre urla
“amico miooo, perchè te ne sei andato? Perchè”.
Eh già, almeno uno era rimasto, sono fortune. Vuol dire che proprio schifo non avevi fatto.
E poi la vita decide che gli amici te li deve levare perchè si. Tipo karma che ti domandi cazzo hai di speciale per restare vivo. Tipo da grandi poteri.
Lui pensa di essere stato buono, discreto e se l’è tenuto dentro. Ma l’altro pensa che è un insensibile, che non vuole darsi per paura, per il quieto vivere, che è un rammollito, eh abbiamo tutti le famiglie che risucchiano a bestia, recinti da proteggere, trovare scampoli di amicizie pare scavare nel deserto. Una tragedia lacerante. Un non detto che forma faglie lunghe chilometri. Un detto in faccia che poi però fa i buchi nel dna. Poi uno sguardo, ci si beve una birra e ci si dimentica di tutto, ognuno perso dentro i cazzi suoi. E che gli vuoi dire che pure tu sei sfatto.
E perdi il primo amico con un incidente, aveva ventanni, quella curva con la moto, col casco, uno solo ce n’era di palo li, il secondo appeso a una corda, lasciò due bambine e la moglie, eh, il lavoro nobilita stocazzo, il terzo con un infarto nella doccia dissero, lasciò una bambina di pochi mesi, aveva vinto il concorso da poco e si erano sposati, ho ancora le foto della mangiata del pollo con le patate, che detta così non rende, però la pelle dei polli finì sul soffitto, minchia ancora rido, quando con gli amici si rideva per davvero, mica per finta, il quarto già orfano da bambino, un batterista fenomenale, quando si dice la sfiga, ricoverato con psicofarmaci ancora adolescente, dicevano gli era venuto un esaurimento, viveva con la nonna in una casetta modesta, una donna che ha sofferto due volte, non lo auguro nemmeno al peggior nemico, una mente brillante che levati, poi il livello vegetale, non è più uscito, facevamo le ricerche sull’atomo alle medie, e prima di tutti pure un amica, ancora bambina, ci giocavo per strada, sussurravano che era incurabile, l’ultima visita a casa sua eravamo bambini, lei nel letto coi giocattoli che respirava a fatica ma non lo dava a vedere. Bellissima. La sua mamma gli aggiustava i capelli. Non potete capire quanto. I genitori che invitavano i bambini del quartiere per fargli compagnia vicino al letto. Eravamo quelli del quartiere. Era quando la gente salutava e si scambiava le cipolle, l’olio e il sale.
Gli toccai la manina con fare timido, gli portai una bambola, gli feci un sorriso e lei mi guardò e me ne tornai a casa come solo i bambini sanno fare.
1000 persone al funerale. Ma io me la ricordo solo da viva.
Fatela quella telefonata a un amico che non sentite da anni, non sai mai come lo trovi.
C’era un uomo che credeva nel valore sacro della parola data. Un uomo che per anni ha abitato il silenzio delle corsie d’ospedale, nelle buche umide o dentro tende sempre troppo fredde o troppo calde, restando sveglio accanto a un letto perché l’altro aveva paura del buio, o forse della fine. Lui, che con la morte ha imparato a giocarci da tempo, era lì a fare da scudo, offrendo la sua presenza come unico rimedio contro il terrore.
Per anni, quest’uomo è stato l’ombra pronta a materializzarsi a qualunque ora della notte. Non importava dove, non importava il perché: se c’era bisogno di un recupero, di un passaggio al lavoro o di un sostegno economico per arrivare a fine mese, lui c’era. Senza domande, senza chiedere nulla in cambio, guidato solo da concetti che oggi sembrano polvere: lealtà, onore, gentilezza. Era il custode di un legame che considerava indissolubile, forgiato tra risate, bevute e pericoli affrontati spalla a spalla.
Eppure, tutto questo è crollato. Non per un tradimento epico, non per una colpa imperdonabile, ma per la miseria di un oggetto. Un guasto alla macchina è bastato a cancellare anni di dedizione. Improvvisamente, un pezzo di ferro ha acquisito più valore di mille notti insonni, di mille chilometri percorsi per puro spirito di fratellanza.
Lui osserva questo spettacolo con un misto di rabbia e incredulità. Si chiede come si possa cadere così in basso, come un’amicizia possa essere venduta per un “nulla” meccanico. Resta l’amarezza di chi scopre che il proprio angelo custode è stato congedato non per un errore del cuore, ma per la convenienza di un bullone. In un mondo che ha perso il senso dell’onore, lui rimane l’unico a conoscere il peso della lealtà, mentre l’altro ha preferito la fredda utilità di un oggetto al calore di un fratello.
Perdonami ma dovrò scriverlo con una schiettezza che forse non mi sarebbe permessa, ma la reazione avuta dall’altro sembra dettata da una prospettiva di opportunismo, sfruttata alla prima occasione presentatesi, forse neppure spontaneamente, forse perchè siete più diversi di quanto non sospettassi, o forse semplicemente lo siete diventati. Io non ho idea chi sia l’altro e tutto sommato non posso certo dirti di conoscerti, pero tu sei qui e l’altro no, e tu mi sembri un soldato, un uomo in divisa, non per occasione o per potere, ma perchè attribuisci ad questi simboli dei valori in cui naturalmente ti riconosci e che vorresti tributare merito in un servizio per una causa diversa da se stessi per dedizione ed abnegazione, ma non sono e non rimangono tutti così, per tante ragioni.
Chiaramente sono riflessioni date da una prospettiva limitata.
la tua prospettiva limitata ha colto nel segno. Pensavo ci fosse amicizia ma in realtà era solo opportunismo. Mi chiedo come possa io essere stato così incapace di capirlo. Ho creduto, mi sono reso disponibile fino all’esaurimento delle mie energie. Forse ho proiettato sulla persona sbagliata quei valori di condivisione che esistono soltanto in certi ambienti. La consapevolezza del proprio ruolo da la capacità di resistere oltre i propri limiti per non far pesare sugli altri il peso di ciò che non si vorrebbe più portare. Ho creduto d’avere una persone coi miei stessi valori e scoprire poi che un bullone vale più di un’amicizia donata senza limiti. Si impara sempre qualcosa dalla vita.