Perdonatemi il WOT e perdonatemi l’argomento, che so che non sarà molto interessante. Sento il bisogno di dire queste cose a qualcuno e, onestamente, non saprei proprio chi. Non ho più molti amici e quelli che sono rimasti penso sbadiglierebbero già alla terza frase, quindi scrivo qui, consapevole che se non altro chi legge può sempre chiudere il browser al primo colpo di sonno senza inventarsi scuse o sentirsi in dovere di giustificarsi, come accadrebbe dal vivo.
Il primo ricordo che ho di mio zio è di quando veniva a trovarci. Portava sempre con sé qualche bel regalo, per me e mia sorella. Noi eravamo piccoli. Io non andavo ancora a scuola e mia sorella aveva appena iniziato. Per noi, che vivevamo in una famiglia molto povera, i regali che ci portava erano straordinari: un telefono giocattolo con batterie da 4,5 Volt, quelle piatte con le due linguette lunghe per i due poli, con il quale potevamo tirare il filo dal bagno alla stanza da letto e parlarci attraverso la piccola cornetta di plastica facendo finta di non sentire la voce dell’altro che arrivava anche dal corridoio, oppure un set di due walkie-talkie di Gig, che non hanno mai funzionato e che, a un certo punto – come tutti i regali di un certo valore – scomparve improvvisamente, forse venduto da nostro padre, sempre alla ricerca di qualche modo per tirare su qualche migliaio di lire.
Quando i nostri genitori si separarono e mia madre portò con sé mia sorella, i regali divennero da bambino single, figlio unico che ero diventato. Ricordo una jeep telecomandata, che all’epoca era un gran bel regalo e che imparai a usare molto bene, girando per casa, correndole dietro e facendola passare sotto i letti alla massima velocità.
Poi c’erano le lettere che scriveva, con i francobolli esotici di San Marino, da dove le spediva. Erano disegni che raffiguravano quasi sempre balestrieri e io, che avevo appena iniziato la scuola elementare, pensavo che davvero a San Marino, una città che mi avevano raccontato essere come un grosso castello in cima a una montagna, indipendente e fiera, il tempo si fosse fermato e i balestrieri ci fossero davvero e non fossero solo disegnati sui francobolli.
Poi mio padre litigò anche con lui, come faceva più o meno con tutti, prima o poi. Mio zio scomparve per qualche anno e io, abituato com’ero ormai al fatto che le persone uscissero dalla nostra vita familiare con la stessa velocità con cui erano entrate, accettai il fatto con un po’ di dispiacere, ma senza nemmeno pormi tante domande. Mio padre, che invece sentiva sempre la necessità di dare spiegazioni, mi disse che lo zio si era comportato male e aveva importunato la sua seconda moglie. Io non contestai nulla. Mi sembrava strano che mio zio, che con me era stato sempre così gentile, potesse essere una brutta persona, ma lo accettai. Avevo imparato già ad accettare tante cose, senza fare domande, senza pensarci troppo. Penso di aver provato dispiacere, ma non me lo ricordo nemmeno. Capita questo nelle famiglie molto disfunzionali come era la mia: le ferite finiscono per non fare più nemmeno male, non subito almeno.
Molti anni più tardi, quando ero appena diventato maggiorenne, mio padre si ammalò e morì in pochi mesi. Io e la sua seconda moglie organizzammo il funerale e iniziarono ad arrivare tantissime persone che nel corso degli anni erano via via scomparse dalla nostra vita, immancabilmente dopo aver commesso – a sentire mio padre – azioni orribili, tradimenti e atti vili.
Queste persone arrivarono e si presentarono. Alcune le conoscevo, altre le ricordavo appena, molte non sapevo nemmeno chi fossero. Tutti si sentirono in dovere di dire di essere dispiaciuti, di aver tagliato i ponti per incomprensioni, di voler riagganciare i rapporti. Mi raccontavano – ma io quasi nemmeno li ascoltavo, perché mi sentivo perso senza mio padre, la persona che decideva qualsiasi cosa nella mia vita, un vero e proprio padre-padrone che controllava tutto, spiegava ogni cosa, ci diceva cosa dovevamo fare e anche cosa dovevamo pensare – di quanto mio padre fosse straordinario, di avermi conosciuto che ero un neonato oppure un bimbo in età prescolare o un adolescente, in base a quanto tempo prima i rapporti con loro erano stati recisi.
Io annuivo e non vedevo l’ora che la tomba venisse messa nel colombario, chiusa da una lastra di marmo e che tutti se ne andassero a casa loro, fuori dalla mia vita e lontano da me.
C’era anche mio zio. Non mi disse nulla. Non provò nemmeno ad avvicinarsi e parlarmi. Finito il funerale se ne andò, ma poi mi scrisse una lettera, nella quale mi spiegava perché non si era fatto avanti, che aveva voluto rispettare i miei spazi e i miei tempi, che gli sarebbe piaciuto conoscermi di nuovo, ma che tutto dipendeva da me.
Io lessi la lettera più volte, ci pensai a lungo e arrivai persino alla decisione di rispondere, sì, ma con calma, attendendo volutamente qualche settimana per mettere in chiaro, con i tempi più che con le parole, che con lui ero disposto a riprendere un dialogo, ma con cautela, sotto condizionale, diciamo.
Gli risposi e si avviò un rapporto epistolare che si concluse con l’invito ad andare da lui a San Marino, in visita per una settimana, per conoscerci di nuovo e vedere che fare.
Di questo primo viaggio ho un ricordo abbastanza nitido. Fisicamente assomigliava a mio padre, solo un po’ più sciupato, con meno capelli e con qualche kg in più. Aveva una voce simile, tranne per l’accento romagnolo e gli mancava la r moscia. Aveva una bella casa, una villa su tre piani, di cui uno dedicato agli ospiti e quindi lasciato a me per tutta la mia permanenza. Aveva un enorme televisore a tubo catodico (il più grande che avessi mai visto) sul quale la sera guardavo le videocassette della sua videoteca privata. Aveva anche un grosso e costoso SUV e una barca a vela da qualche parte nei moli di Rimini. Mi portò anche a vederla, ma non ci fermammo nemmeno mentre passavamo in auto lungo la strada per andare su, verso monte Titano, dove lavorava come dirigente di un’azienda di import-export. Mi mise in mano una banconota da 500.000 lire, la prima che avessi visto in vita mia, e mi disse di fare un giro mentre lui era al lavoro e che ci saremmo poi visti all’ora di pranzo.
Io girai per San Marino, non spesi nulla e poi mi feci trovare per andare a ristorante. C’era anche sua moglie e io ero ancora molto cauto perché tutte quelle attenzioni - i soldi, i SUV, la barca - sembravano un tentativo per far colpo e ricordavano i regali che mi aveva fatto quando ero piccolo, con la differenza che io ormai ero un giovane, cresciuto nella diffidenza nei confronti di tutti, segnato dalle spiegazioni che mio padre mi aveva dato per ogni persona con cui aveva chiuso i rapporti repentinamente.
A pranzo, però, tutto cambiò.
Non ricordo come finimmo a parlare di mio padre e della sua malattia. Forse fu lui a chiedermi qualcosa perché noi eravamo stati riservati e non avevamo comunicato molto, tanto più che dalla diagnosi di tumore alla morte erano passate pochissime settimane e solo una cerchia ristretta di persone aveva saputo del rapido deterioramento della sua salute. Se fu lui a chiedermi di più, io gli dissi forse un po’ troppo. Non mi ero sfogato con nessuno, non avevo detto granché nemmeno ai miei amici, non avevo un rapporto con mia madre e la seconda moglie di mio padre, giusto una manciata di mesi dopo la morte di suo marito - il tempo sufficiente perché io incassassi l’assicurazione sulla vita e la mia parte di liquidazione - aveva svuotato i conti ed era scappata con un altro uomo. Ero rimasto solo a gestire il lutto e la perdita di una persona violenta, direi addirittura malvagia, che era stata molto ingombrante nella mia vita e che aveva lasciato un vuoto enorme.
Gli raccontai della malattia, della sofferenza e della morte, di come mio padre aveva iniziato a rantolare mentre ero solo con lui, di come avesse esalato l’ultimo respiro mentre gli tenevo la mano. Tirai fuori tutto e mio zio iniziò a piangere. Forse avrebbe voluto che mi fermassi prima, ma mi lasciò andare. Ricordo che disse: “Hai parlato e ti ho ascoltato. Ora vorrei chiederti di te.”
Mi conquistò. Mi disse che voleva recuperare il tempo perso e voleva - se ero d’accordo - starmi vicino. Mi disse che sapeva che ero rimasto solo, ma che, se volevo, lui per me ci sarebbe stato.
Ci lasciammo con un invito a tornare quando volessi.
Rimanemmo in contatto via mail - era la seconda parte degli anni ‘90 ormai - e ogni estate tornai da lui a trovarlo, ospite per un paio di settimane. Ogni volta mi portava con sé al lavoro, mi faceva girare per San Marino, mi portò in giro a vedere Italia in miniatura - scusandosi poi perché ero un po’ troppo grande per quel tipo di gita - o a girare in bicicletta, perché il dottore gli aveva detto che doveva perdere un po’ di peso. Mi raccontò delle sue iniziative politiche, delle vittorie - poche - e delle sconfitte - tante - ma delle tante idee che aveva in testa. Poi lui spesso passava dalle mie parti, dove aveva altri parenti ancora in vita e alcuni clienti. Veniva con la sua macchina gigantesca, dotata di uno dei primi computer di bordo con navigatore e GPS, in anni in cui a malapena esistevano i primi cellulari. Si andava a pranzo in qualche ristorante stellato - nel quale rigorosamente finivo per non mangiare nulla - si chiacchierava del nostro lavoro, dei progetti e poi mi riportava a casa e andava a fare i suoi giri.
Quando io e la mia vecchia compagna decidemmo di sposarci, decisi che lui doveva essere il mio testimone. Lo chiamai e lo invitai al matrimonio e gli proposi di farmi da testimone spiegando che era l’unico parente con cui avevo riallacciato i rapporti e che assomigliava così tanto a mio padre che per me aveva anche un valore simbolico la sua presenza vicino a me. Mi disse subito di sì e che era per lui un onore.
Poi, però, non si fece più sentire. Qualche settimana prima del matrimonio, lo chiamai per definire gli ultimi dettagli. Si scusò subito dicendo che aveva avuto problemi di salute, che il dottore gli aveva detto di “darsi una calmata”, che era dispiaciuto, ma forse non era in grado di venire al mio matrimonio. Non menzionò nemmeno la sua precedente accettazione al ruolo di mio testimone e io non me la sentii di ricordarglielo. Ero frastornato.
Ovviamente non venne. Un paio di giorni prima mi chiamò dicendo che la salute era peggiorata e non poteva fare una strada così lunga. All’ultimo momento mi scusai con il mio migliore amico, gli spiegai cosa era successo e gli chiesi se volesse rimpiazzarlo. Lui accettò e, almeno dal punto di vista burocratico, il problema si risolse.
Finito il matrimonio, visto che non avevamo in programma di fare subito una vacanza, presi la macchina e andai a trovarlo. Ero convinto di trovarlo in fin di vita perché solo una grave malattia avrebbe potuto giustificare quel che era successo.
Lui si disse contento della mia visita. Non parve nemmeno a disagio. Durante le poche ore di permanenza a casa sua, continuò a spiegare che doveva perdere peso, che c’erano dei problemi, che gli esami avevano dato dei valori cattivi e, intanto, continuava a versarsi bicchieri di vino e a fumare sigarette. Sinceramente, a guardarlo così, senza vedere gli esami del sangue, sembrava il solito di sempre.
Ci salutammo e tornai a casa con la consapevolezza - difficile da accettare - che aveva semplicemente deciso di darmi buca. I rapporti si raffreddarono, almeno da parte mia. Lui continuava a scrivermi e a telefonarmi quasi ogni mese per sapere come stavo. Io, pur con fatica, lo perdonai.
Poi mi separai da mia moglie e mi trovai in difficoltà economica. Non sapevo a chi chiedere aiuto e l’unica persona a cui riuscii a pensare fu lui. Mi aveva detto tante volte: “Vorrei che mi considerassi come un secondo padre”, ma io non gli avevo mai chiesto nulla se non una vicinanza emotiva. Però questa volta avevo bisogno di un aiuto materiale. Feci molta fatica a trovare il coraggio per chiamarlo e ricordo di aver fatto un lungo giro di parole.
Potevo evitarmi tutto quel dispendio di energie, perché, come arrivai al punto, mi liquidò con una serie di motivazioni ineccepibili: sono in pensione, mi hanno fregato un sacco di soldi, lo Stato mi ha chiesto arretrati, ho dovuto vendere la barca, i miei due figli sono disoccupati, ho aiutato tante persone nella mia vita, mi spiace di non poter aiutare te.
Ammetto che ci rimasi male, più che altro perché molte delle cose che mi aveva detto non collimavano affatto con quel che sapevo di lui. Però mi resi conto che era possibile che - dopo una vita sopra le proprie possibilità - si fosse infine trovato di fronte al conto da pagare. Mi pentii di averlo chiamato e provai rabbia più che altro con me stesso per aver pensato di poter risolvere i miei problemi con il suo aiuto.
Risolsi in altro modo, da solo, ma non dimenticai il secondo diniego che mi aveva dato. Lui continuò a chiamarmi molto spesso. Non veniva più a trovarmi e io non andai più da lui.
Poi, quasi una quindicina di anni più tardi, la sua salute ebbe davvero un crollo. Mi arrivò voce della sua malattia e di un lungo ricovero. Io contattai sua figlia per chiedere informazioni e mi disse che non era sicura che sarebbe sopravvissuto.
Eppure ce la fece e recuperò abbastanza da riuscire a chiamarmi qualche mese fa.
Aveva un eloquio sconclusionato, difficile da capire. Era una telefonata fatta più per dire che per parlare. “Non so quanto tempo mi resta, volevo sentire le persone a cui voglio bene”, si giustificò, e fu anche l’unico pensiero coerente di tutta la telefonata. Io provai a rincuorarlo, ma era come se non mi sentisse o non capisse cosa stessi dicendo e andò avanti con i suoi ragionamenti, sempre più contorti e inestricabili, in cui passava da fatti del passato - il fallimento dell’azienda, la morte di mio padre - alla sua condizione di salute - per sempre allettato, incapace di camminare.
Ci salutammo e mi chiese di richiamarlo.
Non lo feci.
Non sapevo che dirgli, sentivo che non avrebbe capito e avrebbe detto cose che io non sarei stato in grado di intendere. Sapevo che ogni settimana passata avrebbe diminuito le possibilità di un dialogo e aumentato quelle della sua morte. Ero come in attesa che mi contattassero per confermarmi che era venuto a mancare. Provavo un pizzico di sensi di colpa, ma anche la consapevolezza che non c’era più molto da fare e che il rapporto, in realtà, era finito da tanti anni. Aspettavo solo di poter mettere il punto e di non dover più nemmeno pensare alla possibilità di risentirlo. Aspettavo che la morte chiudesse il discorso per sempre.
È venuto a mancare questa notte.
Non provo grandi emozioni. Credo abbia vissuto una vita complicata, ma appagante. Il destino è stato generoso con lui. Gli ha dato tante possibilità e lui alcune le ha usate bene e altre meno. Gli ho voluto bene, ma forse era solo un’illusione. Mi sono attaccato tanto a lui perché era simile a mio padre, più di quanto volessi. Aveva la stessa voce e, in fondo, era un bugiardo come lui. Però non era malvagio o violento. Solo, gli piaceva apparire diverso da quel che era: un camaleonte capace di riflettere l’immagine desiderata dal proprio interlocutore.
Mi è stato vicino in momenti difficili e poi si è allontanato di colpo, senza una spiegazione, ripetendo inconsapevolmente una dinamica incredibilmente comune nella nostra famiglia e lasciandomi con una domanda alla quale non troverò mai risposta: chi era davvero? Cosa lo muoveva? Perché più di ogni altro ha lottato per me e poi, quando mi ha conquistato, mi ha messo in un cassetto?
Quando ho saputo della morte, ho provato un senso di dispiacere misto a liberazione perché un altro rapporto complicato - uno dei tanti che mio padre mi ha lasciato in eredità - si è sciolto per conto proprio. Ecco, anche la consapevolezza che a queste domande non darò una risposta e quindi non vale la pena porsele è liberatoria e, in modo malinconico, anche consolatoria.
