“diventando”
Tiè, vi ho anticipato, merde
“diventando”
Tiè, vi ho anticipato, merde
Ah ma io ce l’ho già a vederle sullo schermo fatte da altri ![]()
Dal vivo dopo due passi sarei in modalità “non posso né scendere né salire” ![]()
Non ho problemi di claustrofobia, ma soffro parecchio di vertigini.
Niente funivie, non cammino sulle grate dei marciapiedi, non vado in montagna, ho dovuto saltare la visita alla cupola del Brunelleschi.
Nessun problema col mare quando è piatto.
Mi fanno paura le onde grosse e il mare mosso, però non la chiamerei una fobia, è buon senso ![]()
Ma nuotare in mare aperto non mi ha mai causato problemi, anzi.
Nessuna delle caratteristiche del mare mi triggera la sensazione di morte del vuoto. È una roba che sento nel petto, mi viene da scappare.
Mi capita di sentirla anche guardando un video, mi dà fastidio pure questo anche se è bellissimo ![]()
Idem coi videogiochi, i salti in Assassin’s Creed mi fanno sempre distogliere un po’ lo sguardo ![]()
Però mi sono tuffato da ponti, trampolini, cascate, navi ![]()
Catroia, io non riesco a cambiare le lampadine
se salgo sulla scala devo tenermi con tutt’e due le mani. Se mi sforzo ne riesco a staccare una, ma poi cosa cazzo faccio? Tengo la lampadina con una mano e la guardo, mentre con l’altra sono aggrappato alla scala e mi tremano le gambe ![]()
Io ho combattuto la paura delle altezze facendo bouldering per qualche mese
Poi ho smesso perché rompermi una caviglia come due del mio gruppo non mi andava ![]()
Potremmo essere davvero un ottimo team ![]()
Pure io odio salire sulle scale. Odio salire sulle cose in generale, mi dà fastidio anche lo sgabello dell’ikea ![]()
maronna mi avete fatto venire in mente i magnifici anni ‘80, quando la sicurezza era un valore primario, quando mio padre buon’anima mi costringeva ad aiutarlo mentre sistemava l’antenna sul tetto, con lui che si sporgeva per raggiungere l’antenna praticamente sospeso nel vuoto e io che dovevo reggerlo per la cintura dei pantaloni ![]()
Pace all’anima sua è morto, ma non cadendo dal tetto come ci si potrebbe aspettare ![]()
Tranquillo che in italia non è cambiato moltissimo. ![]()
È più terrificante l idea mentre sei seduto che quando lo fai, mentre sei dentro, sei solo rilassato, ho visto persone entrare in ansia e uscire super chill mai il contrario
Qua c’è gente da rsa ormai ![]()
Io soffro di vertigini e pur non avendo la claustrofobia non mi è mai passato manco per il cazzo di infilarmi in cunicoli in terra, figurarsi in acqua. Mai avuto sensazioni di panico, manco in mare aperto. Giusto la eterna, atavica domanda del “ma che cazzo siamo entrati in acqua qua che non c’è un cazzo da vedere?”
No be’ salire su sedie e simili è pure peggio
la scala almeno è fatta per quello, la paura viene al 100% da dentro, non dall’idea che si rompa.
Della sedia nemmeno mi fido, mica è fatta per salirci in piedi, quindi si aggiunge pure la paura (certezza) che tra poco si spaccherà ![]()
È per questo che in casa si tiene una cosa che in umbro si chiama scalandrino ![]()
Così puoi non usarlo lo stesso ![]()
Bonus:
LA CRUSCA
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Scalandrino
Un’altra forma per indicare la scala portatile a pioli che si autosostiene è scalandrino. La parola è assente dai principali vocabolari sincronici dell’italiano e la sua diffusione attuale risulta concentrata principalmente nell’aretino e in Umbria, con tracce anche nelle Marche: si tratta, come nel caso di scaleo, di un regionalismo (va ricordato che con regione non si intende un’area amministrativa).
I principali dizionari etimologici e storici (GDLI, VEI, DEI) testimoniano le forme più antiche di scalandrino nell’aretino. La diffusione nell’area di Arezzo è documentata dal Lessico del dialetto di Sansepolcro (cfr. Zanchi Alberti 1939), nonché dall’AIS: qui la forma iscalandrino (con i prostetica d’appoggio, frequente in Toscana davanti a gruppi consonantici con s- iniziale) è attestata una sola volta proprio a Pieve Santo Stefano, Arezzo (carta 1423, punto 535), col significato di ‘scala a pioli per scavalcare’ (ted. Ubersteigleiterchen, traduzione mia), ossia una scaletta doppia che doveva servire a oltrepassare una recinzione o una siepe.
Numerose sono le attestazioni in area umbra. Nella zona di Foligno (cfr. Bruschi 1980) sono registrate varie forme, con suffisso variabile (scalandrinu, scalandrellu) ma anche senza suffisso (scalandru), a indicare sempre la ‘scala che si regge da sola’ (scalandro risulta diffuso, con lo stesso significato, anche a Castiglione in Teverina, nel viterbese, area linguisticamente vicina a quella umbra). In area perugina sembra frequente l’accezione esclusiva di ‘scala doppia’ (cfr. Catanelli 1970 e Wikidonca, dizionario perugino online).
La prima occorrenza di scalandrino secondo il GDLI si troverebbe nel Vocabolario marino e militare di Alberto Guglielmotti (1889). Tuttavia, consultando Google libri, tra le poche attestazioni di scalandrino come ‘scaleo’ ne troviamo di antecedenti: la più antica, del 1801, compare nel Dizionario universale di architettura e dizionario vitruviano accuratamente ordinati da Baldassarre Orsini, che riporta alla voce scaleo “scala portatile fatto [sic] a foggia di treppiede, detto anche scalandrino”. Questo ci permette di retrodatare al 1801 la prima attestazione, tra l’altro reperita all’interno di una definizione esplicativa di scaleo redatta da un lessicografo nativo di Perugia.
Passando all’etimologia, il GDLI, il VEI e il DEI sono concordi nell’individuare in scalandrino un’evoluzione della forma scalandrone. Quest’ultimo è un termine del linguaggio marinaresco (registrato da tutti i dizionari italiani, proveniente dai dialetti dell’Italia del sud) che indica principalmente una “robusta passerella mobile dotata di ringhiera, che collega la banchina con la nave per consentire l’imbarco e lo sbarco di merci e il transito di passeggeri” (GRADIT). La forma è passata poi a indicare un altro oggetto mobile, ossia la scala portatile a pioli; accezione abbastanza diffusa, se si pensa che lo scalandrone, scala usata negli assedi e formata da un unico staggio verticale con pioli perpendicolari, è uno dei simboli dello stemma della famiglia Uguccioni Lippi (detti anche Scalandroni), forse originaria delle Marche ma radicata a Firenze già dal XIV secolo. Inoltre, uno degli usi estesi di scalandrone è “scaletta che si appoggia agli aerei per la salita e discesa dei passeggeri” (GDLI); si spiega così il legame tra scalandrone e scalandrino dal punto di vista semantico. Il passaggio formale è spiegato dal DEI e dal GDLI con la trasformazione del presunto suffisso -one (percepito come accrescitivo, in realtà derivato dall’etimo greco skálanthron ‘pertica’) in -ino, forse per le dimensioni solitamente contenute della scala portatile di uso domestico; questo sembra confermato dalle attestazioni, sopra riportate, della forma scalandro, interpretabile come retroformazione da scalandrone e base di scalandrino.
Altre informazioni etimologiche si trovano in un contributo di Angelico Prati. Dopo aver analizzato varie forme e significati di scalandrone, l’autore cita la particolarità dell’esito scalandrino, richiamando una nota di Clemente Merlo (cfr. Zanchi Alberti 1939, p. 140, n. 6) a proposito dell’etimo:
È però notevole la presenza di scalandrino a Sansepolcro e di scalandrino a Urbino nel senso di ‘scaleo’. Il Merlo li avvicina a calandrino (montal. pist.) ‘regolo calato verticale per traguardo’ […] che si ricollega a calandro […]; però i significati sono un po’ distanti. (Angelico Prati, Antisuffissi, in “L’Italia dialettale. Rivista di dialettologia italiana”, XVIII, 1942, p. 112, n. 1).
Oltre al collegamento con scalandrone, Merlo trova dunque affinità tra scalandrino e calandrino, ricavando lo spunto dal Novo dizionario universale del Petrocchi, che registra calandro (‘regolo calato verticalmente per traguardo’) e calandrino (‘squadra mobile di legno i cui regoli s’incastrano l’uno nell’altro’) nello spazio riservato a forme e accezioni poco note o usate (calandro in particolare risulta tipica di Montale, nel pistoiese). Calandro, ma soprattutto calandrino e scalandrino, si riferiscono quindi a oggetti diversi, accomunati dalla caratteristica di essere mobili, richiudibili e portatili, nonché tendenzialmente impiegati in ambienti lavorativi affini: la squadra portatile chiamata calandrino viene infatti usata specialmente da falegnami e scalpellini (cfr. GRADIT) e, almeno un tempo, anche dai pittori, visto che questo strumento potrebbe essere all’origine del nome di Calandrino, l’ingenuo “dipintore” protagonista di alcune novelle del Decameron (cfr. G. Boccaccio, Decameron, a cura di V. Branca, Torino, Einaudi, 2014, vol. II, p. 906, n. 2). Il GRADIT riporta inoltre come altro significato tecnico di calandrino “scala fornita di tre staggi che la sostengono in equilibrio”, molto simile al nostro scalandrino.
Non si hanno dati certi per stabilire perché l’uso di scalandrino sia circoscritto quasi esclusivamente all’area aretino-umbra. Una possibile spiegazione, tutta da verificare, potrebbe risiedere nei collegamenti commerciali attivi un tempo tra la Toscana orientale e quella occidentale, che si snodavano lungo l’arco appenninico. Sia scalandrone (in Versilia ‘tavola con righelli trasversali, usata dai manovali per portare il materiale sul ponte’; cfr. Vassalle 1996) sia calandro/calandrino (cfr. il Dizionario del Petrocchi s.v. calandro) sembrano infatti ben radicati in area occidentale come termini di mestieri manuali, tipici di edilizia, falegnameria e simili.
Quale che sia la ragione storica, il legame della parola con il territorio aretino è tanto profondo da emergere anche nella toponomastica: nel parco delle foreste casentinesi esiste il sentiero degli Scalandrini, composto per l’appunto di “scalette” di roccia, come testimoniato in vari blog di trekking (un esempio qui).
Non solo, ma lo scalandrino, inaspettatamente, spunta fuori anche quando si parla di politica. Lo dimostrano le parole di Amintore Fanfani (nato per l’appunto a Pieve Santo Stefano, in provincia di Arezzo):
È una polemica che diverte il senatore DC Amintore Fanfani: “Non sapevo che le leghe fossero uno scalandrino o un montacarichi per il Quirinale”. Ma, a sentir Bossi, non ci sono scale per nessuno. (Forlani lo elogia, Bossi smentisce, “la Repubblica”, 27/3/1992, p. 5).
qual’è la correlazione? ![]()
Sta girando voce (strano non avessero cominciato prima) che il corpo di Benedetti, la guida ripescata per prima qualche giorno fa, avesse addosso una bombola da 12 litri.
Fosse vero apre diversi dubbi sulla dinamica dell’incidente.
Spiega per i niubbi
Cosa dovrebbe esserci di strano in una bombola da 12 lt?
é piccola.
Diosanto, la 12L dura cosa, 20 minuti a 55 metri?
Non ho voglia di fare i conti ![]()
La posso capire la paura di certe cose e la soggezione, ma il mare salvo non andare in mezzo agli squali bianchi è veramente una delle robe più chill del mondo.
È un altro mondo e stai li a galleggiare con solo il suono sottomarino in super relax. Penso che una cosa più rilassante di quella per staccare da qualsiasi cosa non esista.
https://www.youtube.com/watch?v=L4qM1IEhtNQ
Chiunque sia affascinato da quel mondo capirà al 1000% sto video, soprattutto il finale che è una roba banalissima ma la cosa più azzeccata di sempre.
Sto video riesce quasi sempre a commuovermi non so perché. ![]()