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Old Yesterday, 22:14   #35731
RokkoII
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Vediamo. Col senno di poi son tutti bravi. Ha fatto delle previsioni, se ci azzecca va bene, altrimenti è l'ennesimo ciarlatano

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Old Yesterday, 22:49   #35732
SuaMaestaIII
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Old Yesterday, 22:55   #35733
Nomeacaso
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Originally Posted by RokkoII View Post
Analisi militare del colonnello Stirpe, di una decina di giorni fa.
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Old Yesterday, 23:38   #35734
RokkoII
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Originally Posted by Nomeacaso View Post
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Ultimo pezzo militare

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Giorno 209
Abbiamo analizzato la situazione militare russa e quella ucraina, e visto come al momento l’esercito ucraino abbia l’iniziativa e goda di un Momentum favorevole anche se la scarsità di Unità pesanti e di Superiorità Aerea impediscano una controffensiva generale e risolutiva. In tale situazione, trovandoci alla fine dell’estate e alla vigilia del Grande Fango, cosa possiamo aspettarci nelle prossime settimane?
In questo momento i settori “caldi” del fronte sono nell’Oblast di Kherson, intorno a Melitopol e nel nord lungo il confine fra gli Oblast di Kharkiv (quasi totalmente riconquistato dagli ucraini) e quello di Luhansk (in massima parte in mano russa), tutte zone dove gli ucraini detengono in maniera diversa l’iniziativa: a Kherson eseguono un massiccio fissaggio, a Melitopol agiscono prevalentemente con Forze Speciali e partigiani, a Luhansk stanno ancora sfruttando lo sfondamento ottenuto a Izyum.
I russi sono stati all’attacco fino a poco tempo fa nella sola area di Bakhmut, l’utimo anelito della loro offensiva del Donbass, e in generale nel settore che corre da Donetsk a Severodonetsk sono meglio organizzati e dispongono di più artiglierie.
Data la situazione, i russi in questo momento hanno il problema di indovinare dove potrebbe verificarsi la prossima spinta ucraina, e quindi di dove posizionare le loro scarse riserve; siccome Putin ragiona in base a logiche politiche e di visibilità, probabilmente daranno la priorità alla difesa delle zone il cui nome maggiormente colpisce l’opinione pubblica, quali le città di Donetsk e di Kherson, la regione del Donbass con Severodonetsk al suo centro e la centrale nucleare vicino a Zaporizhzhia.
Gli ucraini di contro hanno dimostrato una scarsa propensione ad attaccare gli abitati, dove preferiscono difendersi, ed una ragionevole tendenza ad attaccare con Unità meccanizzate e corazzate i punti deboli del nemico.
Lo scopo ultimo degli ucraini è liberare il loro Paese con la forza, visto che Putin non sembra aver metabolizzato l’impossibilità di conquistarli ed insiste nella convinzione di riuscire a logorarli e nella speranza che un “cigno nero” possa regalargli la vittoria. Le forze ucraine a disposizione per operazioni offensive però come abbiamo visto non sono sufficienti per una manovra in grande stile, ed occorrerà procedere per azioni successive; con l’approssimarsi del Grande Fango al massimo c’è tempo per una sola ulteriore spinta e poi occorrerà organizzarsi per l’inverno.
L’inverno, per come si sono messe le cose, sarà duro per tutti; ma lo sarà di più per quelle unità che soffriranno per le difficoltà logistiche. Tali difficoltà dipenderanno dalla distanza dalle fonti di rifornimento e dalla sicurezza delle vie di comunicazione.
Se osserviamo la mappa dell’Ucraina, le Unità russe con maggiori problemi logistici a lungo termine sono quelle schierate nel sud: esse dipendono per i rifornimenti dal centro logistico di Rostov, e si riforniscono prevalentemente attraverso la ferrovia che arriva a Berdyansk sulla costa oppure attraverso il ponte di Kerch e la Crimea fino a Kherson stessa. E’ interessante osservare che non esiste una ferrovia che da Rostov segua la costa oltre Berdyansk verso Kherson, e questo significa che a parte l’uso della Crimea come base avanzata – e che implica un giro estremamente lungo a partire da Rostov - i rifornimenti delle unità nel sud richiedono colonne di autoveicoli da Berdyansk verso ovest, in zone sempre più infestate dalla resistenza.
Queste osservazioni portano alla conclusione che tutte le Unità russe che si trovano a ovest di Berdyansk incontreranno difficoltà logistiche crescenti con il progredire dell’inverno e il rafforzarsi della Resistenza; il problema sarà estremo per le Unità ancora dislocate a ovest del Dnipro, se saranno ancora lì.
Con questa prospettiva, disponendo di un’ultima possibilità offensiva estiva prima del Grande Fango, per gli ucraini appare più conveniente colpire in quelle zone che NON avranno seri problemi logistici, in quanto in primavera risulterà più difficile attaccare Brigate russe ben rifornite che non Unità stremate dall’inverno.
Pertanto, se Zaluzhny pianifica in vista di una campagna prolungata destinata a durare tutto l’inverno e a riaccendersi la prossima primavera, lascerà languire le forze russe destinate ad un inverno più difficile e cercherà di colpire quelle che pur in difficile posizione tattica, non sembrano destinate a soffrire per carenze logistiche durante l’inverno e quindi – se lasciate libere di raggrupparsi – in primavera potrebbero causare problemi più seri di quanto possano fare adesso.
In quest’ottica, e tenendo a mente che gli ucraini cercano di evitare i punti forti del nemico e gli attacchi in aree urbane, sembrerebbe che il settore più idoneo per una nuova spinta controffensiva ucraina sarebbe ancora quello del fiume Oskil, raggiunto dopo l’offensiva di Izyum, sulla cui sponda orientale gli ucraini hanno già costituito delle teste di ponte.
Un attacco condotto da ovest a est in questo settore offre numerosi vantaggi: terreno aperto ideale per le operazioni corazzate, condimeteo favorevoli, un avversario ancora non organizzato in difesa, pochi centri abitati facilmente aggirabili, ed una chiara linea di arresto rappresentata dal fiume Aidar, circa sessanta chilometri più a est, dove attestarsi per l‘inverno. Lo sforzo logistico per questo tipo di azione sarebbe notevole, ma nel contempo porrebbe in crisi logistica per l’inverno anche la guarnigione russa di Severodonetsk, che risulterebbe quasi circondata da una tale avanzata; ma soprattutto il vantaggio principale è che le Brigate necessarie per l’attacco sarebbero già in zona.
In base a questo ragionamento, le Brigate meccanizzate e corazzate ucraine presenti nel nord-est inizieranno a breve un aggiramento da nord di Lyman, e poi punteranno su Svatove e Starobilsk con la massima rapidità consentita dal loro supporto logistico, evitando di farsi agganciare dalle solide difese statiche russe intorno a Severodonetsk.
Appare abbastanza evidente che negli ultimissimi giorni anche i russi devono aver condotto la stessa analisi (altrimenti non la esporrei così su Facebook), perché appaiono improvvisamente fenetici nell’organizzazione di un “referendum” per l’annessione dell’Oblast di Luhansk alla Federazione Russa: “referendum” che pur essendo una farsa condotto com’è sotto occupazione militare, diventerebbe del tutto impossibile se un’operazione del genere da parte ucraina fosse già stata condotta o anche solo avviata.
L’intero ragionamento è basato sull’assunto che la guerra sia destinata a trascinarsi per un altro anno; se nell’ottica dello Stato Maggiore ucraino esiste una prospettiva differente e c’è un’opportunità di porre fine al conflitto entro l’anno, allora il discorso cambia completamente. In questo caso sarebbe maggiormente pagante cercare di sfondare le linee russe a sud in direzione di Berdyansk in modo da raggiungere nuovamente la costa del Mare di Azov: non solo le forze russe nel sud diventerebbero dipendenti dalla Crimea per i rifornimenti, ma il ponte di Kerch sarebbe a tiro degli HIMARS e l’intera penisola sarebbe minacciata, creando un enorme problema non solo militare ma anche politico al Cremlino.
Per questa ragione le migliori fra le poche riserve mobili disponibili sono state disposte dai russi in quest’area, e sempre per questa ragione un’azione del genere risulterebbe più rischiosa.
Infine esiste un’ultima ipotesi: Zaluzhny potrebbe decidere di non fare proprio niente, risparmiare le forze, e lanciare la prossima controffensiva DOPO il Grande Fango... Quando la crisi logistica russa avrà cominciato a mordere e il freddo avrà cominciato a mordere anche di più.
Perché questa volta il generale Inverno non indossa l’uniforme russa, ma quella ucraina.
Orio Giorgio Stirpe

Ultimo pezzo


Quote:
Giorno 212
Aspettavamo che Putin trovasse il modo di imprimere una qualche forma di accelerazione alla guerra in risposta alla limitata controffensiva ucraina, e abbiamo avuto la risposta: referendum nei territori occupati e mobilitazione parziale.
La risposta del Regime è più politica che militare, come ci aspettavamo viste le condizioni delle forze armate russe, e per molti versi lascia il tempo che trova. I referendum sono platealmente illegali essendo praticati su territorio straniero, eseguiti in zona di guerra e sotto coercizione militare, e per di più senza alcuna supervisione internazionale; come tali sono già stati dichiarati nulli dall’ONU e dalla comunità internazionale. Quanto alla mobilitazione, ammesso che sia fattibile, potrà avere effetti non prima di alcuni mesi.
Lasciando perdere gli aspetti politici della questione, che vengono abbondantemente commentati da altri, concentriamoci sulle reali conseguenze militari di questa “escalation” russa.
I referendum non hanno alcun effetto militare diretto. Si fa un gran parlare di come questi autorizzerebbero in qualche modo la Russia ad un primo impiego di armi non convenzionali in difesa del proprio territorio – compreso quello eventualmente acquisito attraverso i referendum – ma questo ovviamente è un discorso per assurdo: postula infatti la fattibilità di un conflitto nucleare per cause che nulla hanno a che fare con la sopravvivenza nazionale della potenza nucleare in questione.
Poiché tanto la Russia quanto la NATO sono perfettamente a conoscenza degli automatismi previsti dalla dottrina nucleare della controparte, entrambe eviteranno accuratamente di provocare la reazione avversaria: le guerre si combattono per ottenere una situazione migliore di quella prebellica, non una peggiore. Se anche un leader perdesse la testa, chi sta accanto a lui e detiene parte dei codici nucleari gli impedirebbe di provocare un danno irreparabile al proprio Paese. Come ripeto da mesi, nessuno nella Nomenklatura del Regime preferirebbe un mondo bruciacchiato e senza Russia ad una Russia senza Putin: tutti loro tengono alla propria famiglia, ai propri interessi e soprattutto alla propria vita.
I referendum hanno dunque soprattutto una valenza interna: Putin cerca di dimostrare al suo popolo che la guerra sta dando dei risultati, e che la Russia ne risulta accresciuta. Può apparire infantile, ma il patriottismo arcaico a cui si appella il Regime è di stampo primitivo.
La mobilitazione parziale naturalmente un effetto militare generale lo ha: il richiamo alle armi – a quel che sembra di capire – di diverse classi che hanno effettuato in passato il servizio di leva biennale e che in teoria dovrebbero quindi avere un’esperienza militare tale da non richiedere un addestramento completo ma solo un “richiamo”.
Nel caos informatico in cui versa attualmente la Federazione, moltissimi elenchi di personale sono stati scaricati e sono finiti in rete, così è possibile vedere che in realtà risultano richiamate anche moltissime persone del tutto prive di addestramento, oppure che lo hanno ricevuto diversi anni fa. E’ presto per dare un giudizio definitivo, ma i numeri che sembra di leggere suggeriscono una certa confusione ed un ennesimo tentativo di supplire con la quantità alla qualità.
Senza voler prendere in considerazione il panico che sembra aver generato il provvedimento di mobilitazione e l’assoluta mancanza di quell’entusiasmo patriottico auspicato dalle autorità, occorre ricordare che una mobilitazione per quanto parziale richiede un’organizzazione capillare per accogliere i richiamati, equipaggiarli, alloggiarli, addestrarli in aree apposite, inserirli in una catena di comando e in formazioni militari dotate di equipaggiamento da combattimento, ed infine per avviarli al fronte. Tutte queste attività richiedono risorse umane e materiali di cui la Federazione appare disperatamente a corto, e che infatti hanno determinato la necessità della mobilitazione stessa... Tanti più saranno i richiamati, tanto maggiori saranno i problemi per gestirli.
Ove tutto andasse nel migliore dei modi, il personale richiamato comincerebbe ad affluire ai reparti di assegnazione non prima di due-tre mesi (magari anche prima, ma in questo caso sarebbero privi di capacità militari anche solo basiche e rappresenterebbero solamente un intralcio).
Si tratterebbe di fanteria leggera come i territoriali ucraini che abbiamo già descritto in precedenza: uomini armati di fucile che si spostano a piedi senza equipaggiamento pesante, buoni al massimo per difendere trincee o centri abitati, e nulla più.
In nessun modo potrebbero alimentare una ripresa offensiva da parte russa se non con il metodo delle “ondate umane” che postulano perdite spaventose e richiedono un morale altissimo che rasenti il fanatismo: qualcosa quindi di non praticabile.
Insomma: anche la mobilitazione parziale avrà un impatto militare molto limitato.
Alla fine dei conti, l’”escalation” del Regime russo ha un impatto praticamente solo politico e di facciata. Come mai?
Esistono molti tipi di conflitto armato.
Quello in atto in Ucraina è quello che si definisce un “conflitto convenzionale simmetrico ad alta intensità”. Una guerra di tale genere si chiamava fino a pochi decenni fa “guerra totale”; non si chiama più così perché naturalmente una guerra oggi per essere “totale” dovrebbe includere anche le armi non convenzionali e questa come abbiamo ripetuto anche qui è ancora una guerra “limitata”, che NON mette in discussione l’esistenza stessa di una Potenza nucleare.
Un conflitto convenzionale ad alta intensità è comunque una cosa dannatamente seria, quale l’Europa non vedeva dal 1945. Quasi tutti i conflitti cui abbiamo assistito negli ultimi decenni erano asimmetrici, cioè combattuti contro milizie e non fra eserciti moderni e sostanzialmente equivalenti. Abbiamo avuto anche qualche esempio di guerra convenzionale ad alta intensità come nelle guerre arabo-israeliane o contro l’Iraq, ma si è sempre trattato di conflitti brevi dove uno dei belligeranti era così manifestamente inferiore tecnicamente (e cioè privo di capacità simmetriche a quelle dell’avversario) da non permettere ostilità prolungate.
Un conflitto convenzionale ad alta intensità fra eserciti con capacità simmetriche come quello cui stiamo assistendo non si combatte con le sole risorse alla mano all’inizio delle ostilità: si combatte con la totalità delle risorse nazionali (demografiche ed economiche), gestite attraverso tempi prolungati.
L’Ucraina ha mobilitato all’atto dell’aggressione, a fine febbraio, come era da aspettarsi (cos’altro avrebbe potuto fare?). Ha posto la sua economia sul piede di guerra, aperto i magazzini, chiesto aiuto al mondo libero e cominciato ad addestrare il personale mobiliato mentre il suo esercito del tempo di pace cominciava a combattere per difendere il Paese.
Ci sono voluti sei mesi perché la mobilitazione avesse effetto: e infatti a settembre sono cominciate ad entrare in linea le nuove Brigate leggere, costituite da personale chiamato alle armi dopo l’inizio del conflitto... E infatti l’esercito ucraino ha cominciato proprio a settembre a comportarsi in maniera più aggressiva.
La Russia non ha mobilitato all’inizio della guerra: aveva pianificato fin dall’inizio di condurre la sua “operazione militare speciale” esclusivamente con il suo esercito semiprofessionale del tempo di pace. Questo apparentemente perché, come rimarcato su queste pagine fin da marzo, l’intera concezione russa della campagna in Ucraina era viziata dal principio dal pregiudizio politico di Putin secondo cui gli ucraini non avrebbero combattuto.
Da questo errore concettuale iniziale è derivato tutto il resto: la pianificazione errata, che prevedeva più un ingresso trionfale che non un’invasione contrastata, la mancanza di motivazione dei combattenti, colti di sorpresa dalla ferocia della resistenza incontrata, e soprattutto la mancata mobilitazione delle risorse umane necessarie per alimentare un esercito destinato a subire gravi perdite.
Nessun esercito di pace può resistere al logoramento dovuto alle perdite in combattimento durante un conflitto simmetrico, convenzionale e ad alta intensità: occorre alimentarlo costantemente con personale addestrato per evitare che si degradi eccessivamente, e così facendo si trasforma in un esercito di guerra. Si tratta di una regola di base dell’Arte Militare.
Ma evidentemente l’orso Vladimiro non ha ritenuto necessario studiarla... E adesso quasi certamente è troppo tardi.
Orio Giorgio Stirpe
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Old Yesterday, 23:52   #35735
RokkoII
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Ha fatto un affermazione che potremmo verificare a breve: la Russia non ha amici, ha complici.

Ora sarà interessante vedere se Cina e Serbia riconosceranno come legittimo il risultato dei referendum, con i problemi che hanno in casa con Taiwan e Kossovo.
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Old Yesterday, 23:56   #35736
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10/17 aumentano il numero di sortite aeree, con attacchi anche sulle linee Ukr che avevano, fino a pochi giorni fa, accuratamente evitato

il risultato è 8/10 aerei abbattuti solo nella giornata di ieri, un numero ENORME in una guerra moderna
Sta cosa e' enorme, se vera.
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Old Today, 00:40   #35737
xEnd3r
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Ci sono diversi video degli aerei abbattuti.
E' la svolta
Esercito al limite, logisitica spremuta fino all'osso, blindati in esaurimento e ora anche l'aviazione perde pezzi.
Peggio di ogni altra cosa, secondo il solito colonnello, la Russia ha esaurito i carri per la logistica avendone persi sul campo a migliaia. Sarà un inverno freddissimo.
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Old Today, 01:20   #35738
Drest
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10 aerei son tantissimi in un giorno, ci credo che non li usano più.

si stanno suicidando, è tipo quando a risiko uno schianta 15 carrarmatini contro quello che ne ha 7
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Old Today, 01:29   #35739
xEnd3r
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Al contrario. Li perdono perché li stanno usando (cosa che prima non facevano).
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